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Notiziario 2 del 2007 |
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La vita trasformata
Estratto da una conferenza di Alberto Maggi
Morte come trasformazione Il messaggio dei vangeli è che attraverso la morte la persona continua la sua esistenza in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione di se stessa verso la piena realizzazione, come recita il Prefazio per la messa dei defunti: “La vita non viene tolta, ma trasformata”. E’ la vita stessa che continua, non un’essenza spirituale dell’individuo (l’anima). La vita, trasformata e arricchita dal patrimonio di bene che l’individuo reca con sé, entra nella pienezza della condizione divina, come scrive l’autore dell’Apocalisse: “Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14,13). Unendo paradossalmente due termini contrastanti quali il morire e l’essere beati, l’autore afferma che la morte fisica non ha l’ultima parola sulla vita del credente. La morte non è una sconfitta o un annientamento e neanche l’ingresso in uno stato di attesa, ma un passaggio a una dimensione di pienezza definitiva.
Eterno Riposo? I defunti non stanno al cimitero, il luogo dei morti, ma continuano la loro esistenza nella pienezza di Dio, è questo il significato di “Riposeranno dalle loro fatiche”. Il riposo al quale allude l’autore non indica la cessazione delle attività, ma la condizione divina, come il Creatore che “compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno” (Gen 2,2). Con la morte l’individuo viene chiamato a collaborare all’azione creatrice di Dio comunicando vita agli uomini. La morte non conduce a un eterno riposo inteso nel senso di un divino ozio per tutta l’eternità, ma all’attiva e vivificante collaborazione con l’azione del Creatore. In quest’azione creatrice l’amore che il defunto aveva verso i suoi cari non viene affievolito, ma arricchito dalla stessa potenza d’amore del Padre. La morte non allenta i rapporti umani ma li potenzia. L’unica cosa che l’uomo porta con sé nella nuova dimensione di vita sono le opere compiute nella sua esistenza terrena. Le opere con le quali l’uomo ha trasmesso vita agli altri, sono la sua ricchezza, quel che hanno reso la vita eterna già in questa esistenza, innescando nell’individuo un processo di trasformazione che non viene fermato dalla morte, ma potenziato. La vita dell’uomo infatti, non viene trasformata dopo la morte, ma ha già iniziato nel corso dell’esistenza dell’individuo la sua trasformazione. In ogni uomo arriva un punto della sua vita nel quale l’armonica crescita della persona nella sua componente biologica e quella spirituale o morale subisce una metamorfosi. Con gli anni, mentre la maturità della persona cresce e si consolida, il corpo inizia il suo lento inesorabile cedimento fino allo disfacimento definitivo. Se fino a una data età l’individuo era cresciuto in maniera armonica e graduale, e allo sviluppo del corpo si accompagnava anche lo sviluppo dell’intelletto, della morale, della spiritualità, di quello che rende una persona tale, arriva un momento dell’esistenza in cui la parte biologica, raggiunto il suo apice inizia un graduale declino, mentre la parte detta spirituale continua la sua crescita verso il massimo della sua potenza. Mentre la parte spirituale dell’individuo continuerà a svilupparsi, la componente biologica proseguirà il suo inevitabile decadimento: “Per questo non ci scoraggiamo, ma anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro [uomo] interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). All’inevitabile disfacimento della parte biologica, corrisponde la pienezza della maturità, alla morte delle cellule la vita indistruttibile. La morte non è più vista come una distruzione, ma come la trasformazione o realizzazione della persona, proiettata verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” che Dio ha preparato per quanti lo amano (1 Cor 2,9).
Morte, una sorella Nell’Antico Testamento non era ancora presente la possibilità della risurrezione, e la morte ideale era quella in età avanzata dei patriarchi come Abramo ed Isacco o dei re come Davide, che morivano “vecchi e sazi di giorni” (Gen 25,8; 35,29; 1 Cr 23,1). Con il messaggio di Gesù la morte cessa di mettere paura perché non indica più la fine della vita ma un passaggio verso una dimensione più intensa della stessa. Quando la morte cessa di mettere paura, nella convinzione che il Cristo l’ha sconfitta per sempre (“La morte è stata ingoiata nella vittoria”, 1 Cor 15,54), da momento temuto può perfino diventare desiderato, come scrive Paolo nelle sue Lettere: “pieni di fiducia preferiamo partire dal corpo e abitare presso il Signore” (2 Cor 5,8). Nella Lettera ai Filippesi (Fil 1,23-26), Paolo scrive che preferirebbe morire (“Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno”), e che è preso da sentimenti contrapposti: essere pienamente con Cristo o continuare a vivere per far bene alla sua comunità. Paolo conclude che forse è meglio seguitare a vivere per il bene degli altri: “Persuaso di ciò, so che rimarrò e continuerò a rimanere accanto a tutti voi per il vostro progresso e la vostra gioia nella fede…” Anche se per Paolo il morire è indubbiamente un bel momento, pensa saggiamente che nessuna scorciatoia sia acconsentita. Non deve essere infatti il pensiero della morte a illuminare la vita, ma la vita che illuminerà il momento della morte, non più considerata come una nemica dell’uomo, ma come la francescana sorella morte, la compagna di viaggio verso la pienezza della propria persona.
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