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Notiziario 3 del 2007
Inserito il 29 dicembre 2007 alle 15:10:15 da Redazione OSM.

Esclusivamente buono il Dio dei Vangeli

Di per sé non ci dovrebbe essere bisogno: se siamo credenti o praticanti dovremmo avere le idee chiare sul volto di Dio.  Vedremo, invece, che purtroppo non è proprio così. Un po’ la nostra pigrizia, un po’ l’ignoranza, un po’ la confusione fa sì che quando si parla di Dio si dicano tante cose che forse non corrispondono a quelle che troviamo nella Sacra Scrittura.
Questa sera vediamo di capire anzi tutto “quale Dio”, poi da domani mattina inizieremo l’esame dei brani evangelici.
Se facciamo un raffronto tra il Dio in cui credevano i nostri nonni, quello nel quale crediamo noi e quello nel quale credono i nostri figli vediamo già che c’è una differenza.
Il Dio che veniva presentato a noi è abbastanza diverso dal Dio che è presentato oggi. Allora c’è da chiedersi: ma come mai, è cambiato Dio?
No, Dio non cambia. Man mano che l’umanità cresce e nella crescita riconosce sempre di più il valore della dignità dell’uomo, scopre sempre di più il volto di Dio. E man mano che la Chiesa è sempre più fedele al messaggio evangelico, ecco che la verità di sempre su Dio viene formulata in maniera nuova.
Non è Dio che cambia è l’umanità che cresce, con l’umanità cresce la Chiesa; man mano che si radica nella fedeltà al Vangelo scopre quei volti di Dio che non sono una novità, c’erano sempre stati, ma erano come oscurati da tante cose.
Questo della scoperta del volto di Dio è importante, perché? Perché molta gente, e tanta, ha abbandonato la fede, ha abbandonato la Chiesa, per un’interpretazione sbagliata del volto di Dio.
È stato presentato un volto di Dio talmente estraneo a quello che è la vita dell’uomo, a quello che è il benessere dell’uomo, che le persone, normalmente quelle che ragionavano con la loro testa, non potevano non rifiutarlo. Gli altri accettavano tutto.
Vedrete in questi giorni parleremo più volte della religione e adopererò il termine religione sempre in maniera negativa,
Quella di Gesù non è classificabile sotto la voce religione, ma sotto la voce fede e vedremo meglio i dettagli di questi due termini. Comunque l’effetto della religione è quello di rincretinire le persone, di far loro credere delle cose che, quelle persone che ragionano con la propria testa e che vogliono capire, non possono non rifiutare.
Invece la religione riesce ad ottenebrare le coscienze. Fa loro credere l’assurdo. Allora questa contraddizione di un Dio che viene presentato contrario al minimo di ragione umana, ha fatto sì che sorgesse l’ateismo e guardate che questo è serio, lo dice il Concilio Vaticano nella Gaudium et Spes, dove parla che la responsabilità dell’ateismo incombe sui credenti – e lo leggo testualmente – “nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti”. Quindi noi che ci reputiamo credenti siamo responsabili dell’ateismo per aver trascurato di educare la propria fede; quindi o per ignoranza o per una presentazione fallace della dottrina. Ce n’è per tutti: da parte dei credenti per l’ignoranza, per la pigrizia; ma anche da parte del magistero per una presentazione sbagliata o perlomeno riduttiva della dottrina: piuttosto nascondono e non manifestano il genuino volto di Dio.
E continua il Concilio “questo fa sì che molti non credenti si rappresentino Dio in un modo tale che quella rappresentazione che essi rifiutano, in nessun modo è il Dio del Vangelo”.
Quelli della mia generazione sono stati educati ad un Dio (per esempio ci si faceva credere, e lo credevamo) che per un solo peccato mortale ti spediva all’inferno per tutta l’eternità. Non c’era proporzione tra la colpa e il castigo. Oggi vedete l’umanità cresce e l’umanità crescendo ha compreso che già la pena dell’ergastolo è una pena sproporzionata alla colpa dell’uomo.
Ebbene Dio per un unico peccato mortale ti spediva all’inferno (e per quelli della mia generazione il peccato mortale aveva un ampio ventaglio di scelta: ci facevano credere che se nei venerdì si mangiava una fetta di mortadella e ti andava di traverso e morivi, morivi in peccato mortale e andavi all’inferno, mica per mille secoli, per tutta l’eternità!).
Allora una persona che ragionava si chiedeva: “Ma com’è possibile che questo Gesù che a noi che siamo umani, limitati e imperfetti ci chiede di perdonare quante volte? 70 volte sette e cioè in maniera illimitata, e lui, il Padre, perché non ci dà l’esempio? Per un solo colpo è capace di legarsela al dito per  tutta l’eternità.
Allora questo ha fatto sì che molte persone di fronte a queste proposte di un Dio che vedremo non corrispondente al Padre di Gesù come emerge dal Vangelo, hanno abbandonato.
Dunque è importante avere un’immagine esatta di Dio, perché dal rapporto che si ha con Dio dipende anche il rapporto che si ha con gli uomini.
La Chiesa, dobbiamo dire e riconoscere, abbastanza lentamente, modifica piano, piano il volto di Dio. A volte c’impiega un tempo eccessivo, ma prima o poi ci arriva e la verità di sempre, la riformula man mano che comprende di più il messaggio evangelico,
Un solo esempio: 1442 Concilio di Firenze.
Il concilio di Firenze decreta che la Santa Chiesa Romana fermamente crede che nessuno al di fuori della Chiesa cattolica, né pagani, né Ebrei, né eretici o scismatici parteciperà alla vita eterna, ma andrà al fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Quindi la Chiesa nel XV secolo insegnava che tutti i non credenti, i mussulmani, gli Ebrei e anche i non cattolici (quindi non bastava essere cristiano per salvarsi, ma anche i non cattolici) quando morivano, al fuoco per tutta l’eternità.
Cinque secoli dopo, un altro Concilio, Concilio Vaticano II nel 1964 afferma che tutte le persone, quindi Ebrei, Musulmani e anche i non credenti, e quindi tutti quelli che rispondono ai dettami della propria coscienza, si possono salvare. Perciò, tutte quelle persone che per secoli credevamo finite all’inferno, per un decreto, all’improvviso, si ritrovano in paradiso.
Noi ridiamo di questo, ma c’è da chiederci e lo dobbiamo fare seriamente, ma non sarà che tutte quelle persone che oggi noi crediamo convinti che sono escluse dalla chiesa, che vengono emarginate, che vengono considerate cristiane di seconda categoria e comunque allontanate da Dio, ma non sarà che, speriamo non tra cinque secoli, ma fra 50 anni, verrà fuori un Papa che dirà loro: “Vi chiediamo perdono perché abbiamo sbagliato”. Non sarà che noi, adesso vedremo, facilmente rideremo dell’immagine del Dio dei nostri padri, ma chiediamoci, non sarà che i nostri nipoti rideranno del dio in cui noi crediamo? Quindi l’argomento è molto, molto serio.
Bisogna scoprire qual è il volto di Dio e abbandonare quell’immagine di Dio che non corrisponde al messaggio evangelico.
Per non sbagliare, bisogna centrare tutta l’attenzione nella figura di Gesù. Ed è quello che faremo in questa tre giorni.
Questa sera, prima di arrivare ai Vangeli (lo faremo soltanto alla fine), facciamo un rapido passaggio dagli dei pagani al Dio di Gesù e vedremo che ciascuna divinità pagana o anche il Dio degli ebrei – o quello che si credeva fosse il Dio degli ebrei – ha lasciato una traccia del Padre di Gesù.
Allora la prima operazione che dobbiamo fare prima di arrivare al Padre di Gesù, al Dio di Gesù, è scoprire cos’è che bisogna eliminare per purificare il volto di Dio.
Partiamo dalle divinità pagane.
Prerogativa esclusiva delle divinità pagane di cui erano estremamente gelose e che non tolleravano avessero anche gli uomini, erano l’immortalità e  soprattutto la felicità. Pertanto gli dei vigilavano sugli umani: quando si accorgevano che una persona sulla terra raggiungeva una soglia di felicità che a loro sembrava intollerabile e un affronto alla loro pienezza di felicità, la colpivano con una disgrazia.
Allora chiediamoci: quanta di questa credenza negli dei pagani ha inquinato il messaggio di Gesù? Non è questo il sentimento che molti cristiani hanno nei riguardi di Dio? Guardate, la riprova è nel linguaggio popolare, nel linguaggio comune: quando a una persona capita un avvenimento negativo, normalmente sapete cosa dice? “lo sentivo che stava per succedere qualcosa, andava tutto troppo bene”. Cioè Dio è geloso della felicità degli uomini. Quando si accorge che in una famiglia c’è serenità, felicità, come minimo un tumore non te lo toglie nessuno. È  la croce che il Signore dà.
Quante volte si sentono, in occasione di disgrazie queste spiegazioni: è la croce che il Signore ti ha dato.
Diciamo subito: quando ci capita un avvenimento triste, le prime persone da cui stare alla larga sono le persone pie, le persone devote, quelle che hanno una spiegazione per tutto, che sanno tutto e sono quelle che si avvicinano e ci dicono: “È la croce che il Signore ti ha dato; non tentare di togliere questa croce perché ce n’è un’altra più grande in serbo”, oppure l’espressione: “Ognuno ha la sua croce”.
Quindi nella croce si mette tutto quello che comporta il dolore: malattie, insuccessi, rapporti famigliari difficili, lutti, questa è la croce del Signore e si finisce per credere che veramente questa esistenza sia sguazzare in una valle di lacrime, dove la cosa più temibile che possa capitare a un individuo è quello di fare la volontà di Dio.
Quand’è che la gente afferma: “Sia fatta la tua volontà?” quando ha cercato in tutte le maniere di non farla e si trova con le spalle al muro.
Quando di fronte a una situazione ormai inevitabile, mettiamo una malattia, le hai provate  tutte con le spalle al muro cosa dici? “Sia fatta la tua volontà”.
È mai possibile che la volontà di Dio coincida con gli avvenimenti tristi negativi e comunque spiacevoli della propria esistenza? Ma come mai non si è mai sentito una persona che vince al lotto dire: sia fatta la volontà di Dio! Ma sempre quando capitano le disgrazie! Ma Dio, questa volontà sua non sbaglia mai direzione? Non la manda mai in direzione di una felicità? Ecco questo è un retaggio delle divinità pagane: il Dio geloso della felicità degli uomini.
Naturalmente nel Padre di Gesù non c’è alcuno di questi aspetti: Dio è amore. È l’amore che desidera comunicarsi; e l’amore non desidera altro che gli uomini raggiungano qui su quest’esistenza la pienezza della felicità.
Nella volontà di Dio non c’è nulla di negativo ma tutto di positivo.
La felicità non sta nell’aldilà, chi non è felice qui non lo sarà neanche nell’aldilà. Perché nell’aldilà non cambia niente della nostra situazione e il Padre vuole che gli uomini raggiungano la pienezza della felicità qui su questa terra.
Ecco perché allora certe espressioni che derivano da questo condizionamento delle divinità pagane dovremmo evitarle.
Ho accennato alcune tra le tante che potremo dire: “Ognuno ha la sua croce”. Falso. Non è vero.
Il Concilio Vaticano ci ha invitato a fare un processo di riavvicinamento al Vangelo e di vedere se tutto quello che crediamo, diciamo e predichiamo corrisponde all’insegnamento di Gesù. Spesso non corrisponde.
Questa maniera fatalistica di dire: che ognuno ha la sua croce, che tutti quanti abbiamo la croce ecc., non corrisponde all’insegnamento di Gesù.
Mai nei Vangeli è associata la croce con il dolore degli uomini. Mai nei Vangeli si afferma che tutti hanno la loro croce, mai nei Vangeli si afferma che Dio dà la croce.
La croce è nominata cinque volte in tutti e quattro i Vangeli, (anzi in tre perché in Giovanni non c’è) l’invito a caricarsi la croce e non è mai una croce che viene data da Dio, ma presa dagli uomini.
Qual è il significato della croce nei Vangeli? Gesù ai discepoli che lo stanno seguendo per motivi sbagliati, per ambizioni perché credono di seguire il Trionfatore, il Messia vincitore a Gerusalemme li avverte: “Se non…”, e parla non di accettare la croce, ma il termine adoperato dall’evangelista è “se non sollevate” (la croce sapete era composta di due elementi: c’era un palo verticale che normalmente era sempre fissato nel luogo dell’esecuzione e uno trasversale che il condannato doveva issarsi sulle spalle). Allora Gesù ai discepoli, quindi non è rivolto a tutti il messaggio, ma ai discepoli, li avverte: “se non prendete su di voi questo patibolo non pensate di venirmi dietro”. Perché? Perché la croce era la tortura riservata alla feccia della società.
Ai discepoli che seguono Gesù animati dall’ambizione, Gesù li vuole avvertire: “Guardate che venire dietro me significa essere considerati e trattati come la feccia della società. Se a me hanno detto che sono pazzo, indemoniato, bestemmiatore, imbroglione….figuratevi quante ne diranno di vo!”. Questa è la croce.
La croce, oggi potremmo tradurre è la perdita della reputazione. La croce non è un elemento di tortura, ma un fattore di libertà.
Siamo tutti condizionati da quello che pensano gli altri o dalla nostra ambizione. Gesù ha bisogno di persone libere perché soltanto le persone pienamente libere sono capaci di amare pienamente come Lui ama.
Allora Gesù come condizione per seguirlo – ed è questo il significato della croce – chiede: “rinuncia alla tua reputazione”. È doloroso perché tutti quanti ci teniamo al nostro nome, ma pensate che ebbrezza di libertà la perdita della reputazione. Pensate! Non dover più fingere di comportarsi in una data maniera perché chissà cosa pensano gli altri, di dire certe cose, “non dico quello che penso veramente perché…” “Non sono quello che sono perché…” Immaginate che libertà quando si arriva alla perdita completa della reputazione! Quindi la croce non ha nulla a che vedere con la sofferenza, le malattie, le disgrazie e i lutti che la vita presenta.

Alberto Maggi
 
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